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idee in movimento

dodalab è un contenitore che raccoglie le mie attività da circa dieci anni,

un impegno nel campo economico e in progetti culturali.

sono così nati 

Cosa Succede in Città, in cui proseguo l'osservazione e l'analisi del tempo contemporaneo partendo dalla fine di quello che ho osservato nel mio primo lavoro (Torneranno i Sogni?);

Cose in Città è invece più un contenitore che raggruppa tutte le aree, dal trading, agli articoli di economia, società, sport e le altre aree che mi suscitano un'esperienza da raccontare; e poi i lavori in cui ho incontrato la fotografia e l'arte digitale.

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Lascio per il momento così questo mio spazio,

con la breve riflessione che trovate qui sotto. ​

Se Fotografando 

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Cose in Città

e

Cosa Succede in Città

Volume V

Appunti viaggio 2026

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Torneranno i Sogni, punto strada 2026

punto strada 2026

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"Torneranno i Sogni?", il mio primo lavoro di riflessione sul tempo contemporaneo.

Ho già scritto che non mi occupo di quotidianità, anzi, nell'ultima fase del mio percorso di analisi del tempo moderno, ho volutamente tralasciato di commentare ciò che accadeva soprattutto dal punto di vista economico. Troppe notizie condizionate dalla comunicazione frutto della visione di parte che probabilmente ha anche l’obiettivo di uscire dalle metodiche del passato, togliendo punti di riferimento al mondo convenzionale e a quello che va oltre il mondo reale e produttivo.

In effetti, a lungo andare, i dati mi hanno dato ragione. Ma non ho mai perso di vista l'analisi di fondo che aiuta a gestire anche l'ordinario e fornisce gli strumenti da utilizzare per sviluppare la proiezione sul futuro. Perché? Molto probabilmente perché in "Torneranno i Sogni?" il mio punto di vista non era proprio così sbagliato. Intuisco che il mio lavoro non sia stato accolto benevolmente da tutti (forse anche boicottato, oscurato), una parte si è sentita forse chiamata in causa, ma il mio obiettivo era semplicemente quello di far comprendere, in modo accessibile a tutti, quali erano le principali disfunzioni del mondo globalizzato senza regole e perché, a partire da un certo punto in poi, sono crollati di colpo interi settori, travolgendo la vita anche di aziende storiche e relegando una numerosa umanità di soggetti nei meandri della morte economica  e sociale. Soggetti molto spesso protagonisti della rinascita post guerra e che tanto hanno fatto in termini di benessere condiviso.

Oggi in tanti si chiedono a che punto siamo e soprattutto quale sarà il futuro, cosa ne sarà di noi e cosa si può fare, la mia analisi e tutto ciò che successivamente ho osservato seguendo l'economia e i mercati mi aiutano ad esprimere una sintesi sul punto di arrivo.

Comprate (così si deve per le opere dell'intelletto di artisti, scrittori, intellettuali, è una questione di senso civico) e leggete il mio testo e provate a riannodare gli eventi per vedere se c'è una convergenza di analisi sul presente.

Se non si conviene sul passato, almeno nei punti essenziali, non si può analizzare il presente e pianificare il futuro.

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Punto strada: dalla fase iniziale al punto di arrivo

 

Cosa è successo nell'epoca economica globalizzata senza "regole"? Il punto centrale della globalizzazione economica era la massimizzazione del profitto che sappiamo essere una variabile decisiva nelle scelte di investimento. Non l'unica, certo, ma certamente determinante dal momento che se non c'è profitto, difficilmente c'è impresa a meno che gli obiettivi non siano diversi.

La variabile competitiva è quindi così decisiva ma allo stesso tempo così difficile da gestire tenendo conto della necessità di vivere essenzialmente non con un unico scopo, ma nell'interezza dell'essere che necessita di equilibrio. Per stare nel mondo economico invece, quando la competizione diventa sempre più forte, si perdono di vista le misure.

Nel periodo globalizzato la massimizzazione del profitto si è realizzata secondo i meccanismi che ho descritto nel testo, in primis nella delocalizzazione di molte attività produttive. Che ha portato distruzione delle competenze sui territori nazionali ed interrotto il trasferimento intergenerazionale. Non solo, la ripartenza ex novo nel presente è sempre problematica perché bisogna ricostruire una storicità, il portafoglio commerciale, la fidelizzazione dei clienti, quello che possiamo definire avviamento. Oggi più che mai potete osservare quanto sia difficile far ripartire le iniziative sui territori.

Non solo, al nuovo da implementare si aggiunge lo svuotamento nei territori di molte manifatture, oggetto di ridefinizione strategica da parte dei gruppi di impresa che più che mai si muovono anche nella logica delle relazioni internazionali e della geopolitica in movimento. 

Torniamo un attimo ad un punto essenziale. Cosa è successo in passato? Cosa ha alimentato e innestato il processo di crollo?

Tutto il sistema economico si regge essenzialmente su un assunto per cui chi produce un bene o un servizio, o definisce un'offerta, deve avere un cliente. In qualsiasi caso, a prescindere se i miei margini di produzione e vendita siano ottimizzati, se non c’è un cliente l'iniziativa fallisce.

Nell'epoca globalizzata la chiusura del cerchio era l'espansione dell'erogazione di finanziamenti a supporto di consumi ed investimenti. Quindi credito al consumo, linee di finanziamento, mutui per investimenti (subprime, ad esempio, ciò che ha innestato la crisi).

È cosa intuitiva che l'espansione di credito nell'immediato aumenta i consumi mentre li deprime nel medio termine.  Se ho un reddito di 2.000 e la metà è già occupata dal rimborso di rate, avrò esattamente la metà "spendibile". Quando il credito si espande a dismisura (non dimenticate che se si espande il credito vuol dire che si espandono le vendite) e il plafond spendibile di contrae, la capacità del mercato di assorbire prodotti e servizi viene meno. Con la contrazione della capacità del mercato di comprare (assorbire l’offerta), le unità produttive entrano in crisi, iniziano le chiusure e i licenziamenti. I quali, di conseguenza, ampliano l'effetto di riduzione, infatti quei lavoratori (in senso ampio) che sono anche consumatori, sono sottratti al mercato.

A questo punto veniamo al presente in cui osserviamo, ogni giorno, non solo la difficoltà del vivere quotidiano ma anche la prosecuzione del meccanismo innestato dalla crisi del mondo globalizzato.

Si sono ridotti i mercati, le opportunità di lavoro sono sempre più scarse, le unità produttive si riallocano diversamente dal passato spesso rientrando nei sistemi economici nazionali in cui c'è una diversa struttura di costo di sistema, un diverso tipo di burocrazia e di regole. A cui si aggiunge la problematica della variabile energetica (e non solo) visto che nel periodo globalizzato non abbiamo pianificato il futuro. Cosa significa? Che la quota disponibile di quel reddito mensile di cui ho parlato è ancora più bassa in partenza. È come se ci fosse un'automatica riduzione per fattori esterni che non sono gestibili in quanto non ci sono alternative. Il processo inflattivo, quello vero (cioè non da statistiche, quello da statistiche non l'osservo più, è già stato rettificato a posteriori in qualche occasione) prosciuga ancora di più i redditi.

Tutto quello che evidenzio, lo voglio sottolineare, è a parità di condizioni di vita. Anche senza spese per beni semidurevoli o investimenti immobiliari per cui devi sostenere una rata, il reddito disponibile, a parità di entrate, si è contratto (e molto) di suo.

Vi chiedo: come si può pensare di operare nel sistema economico, privato, se mancano i potenziali clienti? Come si possono pianificare gli investimenti?

Quando osservo il dibattito sulle crisi aziendali, su ciò che sarebbe opportuno fare, mi dico che essenzialmente il processo economico globale (nella sua fase di “ritorno”, che è l’opposto di quello dell’espansione) sta facendo la sua strada e che le misure di cambiamento per il futuro non sono nel breve, sono nel lungo termine anche se i processi di avvio sono certamente nel presente più o meno immediato.

E se quindi i processi di pianificazione industriale che presumibilmente individueranno l'assetto del futuro si sviluppano in quell'ottica temporale, non resterebbe nell'immediato che l'intervento pubblico a sostenere quantomeno il vissuto di chi deve subire le conseguenze di un movimento tellurico globale inarrestabile (interventi che possono essere delle più svariate forme, da quelle normative a quelle di sostegno all'iniziativa privata, alla realizzazione di fondi di settore che hanno il compito di fare da cuscinetto temporale -alle iniziative produttive- ma anche a supporto della fase patologica del credito, e così altre possibilità. Non parlo, cioè escludo, il reddito di cittadinanza. È troppo avverso ed è un assist troppo generoso che rappresenta l'alibi di chi non vuol capire la difficoltà del mercato di rappresentare la soluzione alle sue inefficienze. Parlo ad esempio di produzioni nazionali, società multifunzione, multiprodotto, multiservizio, il cui fine ultimo non è quello del profitto; società partecipate ad esempio da fondi che producono beni di utilità economica sociale. E poi le svariate forme di eliminazione di burocrazia, di semplificazione dell’iniziativa economica, di libertà di fare nella necessità prioritaria di produrre, piuttosto che di regolamentare, e controllare. Ne parlerò in futuro)[1].

Se non che, basta osservare il bilancio degli stati nazionali per capire che non abbiamo più la possibilità di gestire risorse proprie, nazionali (se non in quantità molto limitata), mentre a livello centrale europeo la funzione monetaria e di bilancio non viene gestita. Per genesi, per cultura, per differenze nelle condizioni strutturali dei diversi paesi, per differenza nella visione di come deve essere il modello sociale. 

A quanto detto si aggiunge la scelta di attivare quel bilancio non per sostenere e ripianificare l'economia (e il vissuto di ogni cittadino) ma per un piano di riarmo che ha l'obiettivo di sostenere conflitti che sono, tra l'altro, causa dell'impoverimento e della decurtazione dei redditi di cui ho parlato. E in cui, tra le altre cose, molti degli investimenti in strumenti di distruzione non saranno mai utilizzati, o magari saranno sparati in qualche campo incolto in cui naufragano i nostri soldi nel mentre anche un sacco di patate diventa un lusso. 

Chi realmente vuole un mondo così osceno? 

Nell'era globalizzata l'assunto di fondo che il mercato potesse fare tutto, ciò portare benessere diffuso, occupazione ai massimi livelli, è fallito.

Ne ho già parlato diffusamente in più di un'occasione e nel fare la critica, la contraerea immediatamente ti colloca nel mondo dei figli dei fiori, nella bucolica area di chi si accontenta di aria e non di sostanza. Dimenticando che esistono graduazioni nel modo di vivere in cui si può combinare la capacità di trovare condizioni di esistenza secondo le regole che si sono date le organizzazioni moderne con la possibilità di vivere la condizione dell'essere, quella di essere umani. 

Perché si è generato questo odio nel mondo? C'è un qualcosa nelle dinamiche sociali che non funziona?

L'enorme espansione del debito nell'era globalizzata ha contribuito a realizzare molte delle inefficienze del presente che rappresentano un vincolo per il futuro. Compito del debito è quello di fare da ponte tra presente e futuro. Nell'epoca globalizzata si è confezionata un'enorme anticipazione di profitti a scapito del futuro. Abbiamo (come umanità) rubato tempo e denaro al futuro e ne stiamo pagando le conseguenze.

Quando il credito si espande preleviamo risorse monetarie dal futuro e le spostiamo nel presente. L’enorme concentrazione nel presente di disponibilità monetarie, e quindi di capacità di spesa, ha finanziato in sostanza il modello del consumo e dell’investimento, ottimizzato per fare profitto. Questa enorme quantità di risorse ha remunerato i fattori della produzione, giusto, ma sostanzialmente ha finanziato il profitto e il suo accumulo. Nel momento in cui il credito è esploso, una miriade di soggetti ne è rimasta sepolta, caduta nel burrone dell’indigenza economica. Si è interrotto il tempo economico diventato discontinuità e quindi impossibilità laddove il concetto di caduta non è parte della cultura di sistema.

Inoltre quando il credito esplode e i debiti non sono più rimborsabili, uno degli effetti indiretti è quello di spingere alla razionalizzazione del credito. Dopo la crisi del 2008 il ricorso al credito è diventato più difficile, creando di conseguenza un’automatica riduzione dei volumi economici che quindi si sono contratti.

In sostanza è venuto meno uno dei punti forti del modello dell’epoca globale, quello del credito disponibile in grado di creare clienti che possono spendere.

Quando con meno credito i volumi si sono contratti, le unità produttive hanno cercato (e lo fanno anche oggi) per quanto possibile, di sostenere i margini di profitto alzando il livello dei prezzi. Ecco che si sono innestate le spinte inflattive su cui poi ha inciso in modo determinante la fase Covid, che non ha fatto altro che accelerare questo processo di implosione del mondo globale.

La necessità di ritornare il più possibile autosufficienti all’interno delle aree nazionali senza dipendere da terzi ha cominciato ad innestare i processi di ristrutturazione strategica produttiva portando ulteriore desertificazione su molti territori.

Con l’inizio dei conflitti, ancor oggi in essere, la spinta inflattiva ha subito un’ulteriore accelerazione con l’incremento dei costi energetici. E con il ritorno dell’inflazione si sono rialzati i tassi di interessi che battono forte sui versanti in cui il debito esiste: famiglie, imprese, bilanci pubblici. Soprattutto questi ultimi e in particolare quelli degli Stati più indebitati. Infatti il tasso di interesse ha la natura bifronte, serve per attrarre investitori in un’epoca in cui tutti gli stati hanno necessità di collocare; dall’altra infilzano con la spada degli interessi passivi i bilanci già precari di molte organizzazioni nazionali.

Come vedete, il crollo del mondo globale si è portato dietro tutto ciò ed eccoci nel presente in cui: si sono ridotte le opportunità di produrre redditi, il fenomeno inflattivo ha eroso di molto le capacità di spesa e la sostenibilità è diventata precaria, il ricorso al credito è sempre più difficile, molte aree territoriali scontano le decisioni di riassetto produttivo, gli stati molto indebitati e senza leva monetaria si trovano con poche possibilità di intervento e il grande problema di garantire sostenibilità grazie al rinnovo dei debiti dovendo necessariamente utilizzare il tasso di interesse non solo per combattere l’inflazione ma anche per essere attrattivi nella collocazione di debito.

Capite perché in tutte le funzioni in cui lo stato opera, si chiedono interventi per risorse che non ci sono.

Osservate bene i fenomeni di fondo che sono in atto: il reddito individuale e/o familiare si è contratto, come dicevo sopra, già in partenza; è come se fosse nettizzato da tutti i fenomeni economici che comprimono le entrate e alzano l’incidenza di costi essenziali di vita, non comprimibili.

In sostanza mi sembra di poter dire che mentre nella crisi del 2008 (e piccole successive e conseguenti) il crollo è stato enorme e repentino, oggi il fenomeno di contrazione è più lento ma inesorabile.

Sembra sostanzialmente che ci stiamo avviando verso quel punto del passato ma lo facciamo molto più lentamente con una costante e progressiva regressione della capacità di sostenere il quotidiano con i redditi prodotti.

Ovviamente al punto di arrivo in cui siamo, ogni Paese sconta la individuale specificità a seconda della struttura di bilancio e del tipo di economia, ma molti tratti che ho descritto sono comuni a quasi tutti i paesi dell’area occidentale in generale.

Dal punto di vista macroeconomico e delle dinamiche di business, come ho già evidenziato nei miei precedenti scritti, dopo il crollo dell’era economica globalizzata senza regole le grandi potenze hanno innestato il loro processo di ridefinizione strategica. Da una parte inserendo le attività più proprie del marketing e della ricerca e sviluppo, definendo offerte oggi molto competitive, complete, in grado di porsi come alternativa ai prodotti occidentali. Dall’altra si è avviato il processo inverso alla delocalizzazione, favorendo il reinvestimento, e non solo manifatturiero, nell’area nazionale. Un processo molto più “solido” e molto più lento ma che guarda al lungo periodo e soprattutto, completa il processo di “indipendenza” da terzi quantomeno necessario in un’epoca in cui gli shock esterni sono dietro l’angolo.

E le altre aree del mondo che si aggregano cercando di avviare nuovi processi non solo di relazioni ma anche di creazione di valore, quello che serve a dare sostenibilità ad ogni area.

E’ questo un punto decisivo del futuro, quello di creare le condizioni economiche di esistenza in ogni area poiché i flussi di migrazione non possono essere incondizionati, pena l’alterazione degli equilibri sociali all’interno di ogni area, pena l’impossibilità del welfare non solo per i nuovi, ma per tutto ciò che è già parte del sistema.

Dall’altra, se non si favorisce la logica del trasferimento gestito, molte aree del mondo e soprattutto quelle continentali, non avranno materialmente le risorse umane per sviluppare le iniziative economiche. E’ una considerazione che è non solo nei fatti ma soprattutto nei dati.

Se non si riuscirà a gestire questa fase in modo equilibrato e direi anche veloce, i conflitti esploderanno. Ed ecco perché c’è una visione del mondo per cui è necessario armarsi, anche se questo porterà ulteriore impoverimento e riduzione delle possibilità di vita. Anche questo è nei dati.

Il mondo economico dell’oggi è fermo ad un incrocio, quello in cui si decide probabilmente molto di come sarà il modello di sviluppo sociale in tutte le aree del mondo.

Il sistema ambientale, quello manifatturiero in generale, persino l’intelligenza artificiale, sono al blocco della riflessione su cosa fare e come procedere perché ci sono fenomeni e tratti che vengono dal passato che non solo sono punti di riflessione, ma sono anche il vincolo per il futuro.

Non intravedo, almeno nel presente, dove possa essere la svolta se il sistema rimane così com’è, fondato sulle impostazioni classiche che sono destinate comunque a presentare il loro conto.

Né ovviamente come si possa uscire dall’intreccio dei problemi se non si passa dalla logica del conflitto a quella della soluzione dei problemi.

Ben consapevole della sinteticità dell’excursus appena compiuto in cui ho dovuto saltare alcuni passaggi, spero comunque di aver offerto un quadro sufficiente a descrivere il punto in cui siamo.

Un compito che ho riservato alla seconda edizione del testo, in cui affronterò gli argomenti più in dettaglio preparando al volume successivo, quello in cui l’oggetto è la coscienza del mondo, i suoi tratti e le dinamiche sociali che si ripetono sempre e che ostacolano, spesso annientandole, tutte le voci deputate ad innestare analisi, critica e cambiamento.

 

Chiudo questa breve riflessione sul percorso fatto sino ad oggi nello stesso modo con cui ho chiuso “Torneranno i Sogni”:

 

“L’anima del concetto di ascensore sociale è la mobilità. Cioè partire da un punto e muoversi, intraprendere un percorso, raggiungere un altro punto; concretizzare idee, sacrifici, valorizzare attitudini e competenze. La mobilità riempie, tiene impegnati, è la forza che ci spinge al raggiungimento degli obiettivi, a mettere in pratica la propria idea di vita, la propria missione.

Senza mobilità la vita è inerzia, vuoto, è come se mancasse la benzina in una macchina pronta invece ad un lungo cammino, vista l’aspettativa di vita attuale e senza spinta si è già morti.

Per questo, per riacquisire mobilità, è necessario ridefinire i percorsi. I punti di arrivo, siano essi intermedi o più avanzati, si chiamano obiettivi, step, tappe.

Per alcuni, o per molti, sono semplicemente sogni.”

 

 

 

L’area nazionale

 

Come nella prima versione del testo, dedico un piccolo spazio all’area nazionale.

Ho prima fatto cenno al fatto che molti dei fenomeni economici e sociali del presente sono comuni all’area occidentale, ma con molte differenze.

Oltreoceano si stanno organizzando diversamente, ma è un’area troppo forte e con una consolidata forma mentis, organizzativa, che ha come obiettivo la massimizzazione del benessere dell’area, certamente con le sue criticità ma anche con una consolidata attitudine a gestire il bilancio.

Per l’area nazionale invece, rispetto alla prima edizione, non aggiungo considerazioni, Vi allegherò un paio di dati su cui riflettere.

Questa volta non uso parole, solo una tabella, su cui rifletto sempre.  

Nella sua essenzialità, rappresenta comunque un punto fermo su cui rimandare le riflessioni e, lasciatemi dire, in cui naufragano molti slogan. Sono dati pubblici, in una semplice riaggregazione che sconta naturalmente i limiti informativi laddove dietro un numero si cela sempre sia una lettura che una complessità. Vale allo stesso modo che in un bilancio, dove dietro i numeri ci sono sempre persone, con i loro sacrifici, le competenze, le idee, i sogni.

C’è, in questo boschetto di numeri che leggete nella tabella dati macro, passato e presente.

 

 

[1] Ovviamente il punto strategico è sempre l’Europa, le sue enormi possibilità, la sua ineludibilità così come la caratteristica auspicabile che sia federale, nel senso di lasciare che i territori nazionali, anche in modo condiviso in un contesto più ampio, possano organizzarsi in autonomia per valorizzare le proprie specificità, lasciando al centro la gestione dei temi più importanti per vivere e competere con le grandi aree del mondo. E quindi potrebbe diventare strategica la possibilità di strutturare fondi settoriali che i territori nazionali possano utilizzare in autonomia per sostenere i territori. La difficoltà è solo nella capacità di essere duali, mettere a disposizione e lasciare autonomia nell’utilizzo. Si supererebbe in questo modo il limite insito nel potenziale del singolo paese usufruendo delle potenzialità di un’area forte, con una moneta forte poiché riconosciuta come tale dal bene più prezioso, la fiducia.

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Cosa fare oggi? 

 

Dico che il mio umile e onesto lavoro, l'ho fatto oramai da anni. 

Ho scritto il testo (Torneranno i Sogni? Globalizzazione, nascita e declino) nel 2017, l'ho pubblicato nel 2020, successivamente ho pubblicato oltre che i testi che trovate nel sito, una serie di riflessioni in cui ho affrontato molte delle problematiche del presente. 

Scritti, ovviamente, rimasti inascoltati e boicottati (ma abbondantemente depredati nelle idee, gratis ovviamente) così come lo è stato il mio primo lavoro a cui sono molto, molto legato.

E allora, se qualcuno vuole essere parte di un'azione di compartecipazione alle azioni della polis che hanno l'obiettivo di mettere ordine alle cose giuste, non a quelle delle reclame, iniziate anche con il leggere il mio testo insieme con quelli di chiunque riterrete di vostro interesse. 

Possono contribuire a trovare, pian piano, un angolo visuale per guardare le questioni di questo mondo dall'angolo super-partes, oggi più che mai necessario per non farsi abbindolare dalla comunicazione di parte che ha l'unico obiettivo di portare acqua al proprio mulino.

Per quanto mi riguarda e per quanto possa essere difficile, complicato e non agevole, cercherò di sviluppare il tema della coscienza del mondo, cioè di quelle dinamiche che si rinnovano generazione per generazione (nei secoli) e che hanno contribuito in modo determinante al regresso evolutivo dell'umano contemporaneo in cui la tecnica ha rotto gli argini di controllo delle forze umane deputate a controllare l'inarrestabile istinto al progresso tecnologico e alla conoscenza. 

Istinto al progresso e forza di controllo, entrambe insite nella dimensione umana sin dall'origine. 

È tempo di riequilibrio.

 

Questo è il punto di arrivo del mio viaggio nella riflessione e nel racconto di Cosa Succede in Città, questo il mio ultimo lavoro di pubblicazione su questi schermi dell'iter che dalla tappa iniziale mi ha portato sin qui. Certamente proseguirò il mio lavoro, anche a breve, ma questo articolo ha molto il senso di un punto di arrivo e, ovvio, di partenza.  

Verso cosa, dove e con chi? I desideri sono ben chiari, chiusi e celati nel mio cuore.

 

"Inizia cosi’ il viaggio nella contemporaneità, osserverà le vicende umane seguendo le indicazioni e il condensato della volontà da cui promana iniziativa, celato nel cuore. 

Non sarà mai censore, né il giudizio accompagnerà i suoi scritti, osserverà anime, eventi e luoghi, la penna la sua arma, l’intuito e l’intelletto le sue guide.
Ha già trovato l’amore e ha riscoperto quanto sia difficile, anche nel tempo moderno, amare liberamente condividendo scelte di vita che sono ispirate unicamente ai propri sentimenti, invalicabile argine alle influenze, ai condizionamenti esterni, all’altrui volontà e visione.
Sarà così una voce narrante del vivere dei suoi tempi in quella che, sin da prima dell’inizio della contemporaneità, era ed è La Commedia Terrestre"

 

Ho l'impressione che l'analisi ed il racconto del tempo moderno (che ingloba anche il passato) sarà parte della mia vita, come l'amore, che ci guida sempre in ogni cosa che facciamo.  

E certamente lo farò insieme ai miei due oramai inseparabili amici, dante e don chisciotte.

 

Dedicato a tutti quelli 

a cui l’era globalizzata

ha rubato la propria storia

e i percorsi di vita passati,

penalizzato e cambiato il presente,

 annebbiato il futuro.

a tutti l’augurio di trovare

nuove strade per raggiungere

nuovi obiettivi.

che il futuro ristabilisca le condizioni

per cui l’esperienza passata

diventi il tesoro

da conservare nello scrigno 

della memoria. 

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