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Editoriale
giugno 2025


Cose in Città, 1 ottobre 2026
una riflessione a cui non possiamo sottrarci osservando gli eventi contemporanei, è quella sulla capacità dell'umano, in generale e di alcuni "gruppi" in particolare, di confezionare sempre una motivazione, che sia scientifica o di pensiero, a tutti gli atti che si compiono in violazione del più minimo senso di umanità.
Sembra che le costruzioni del sapere scientifico, nonchè l'essenza ordinatrice delle organizzazioni sociali, abbiano, nel corso del tempo, profuso un così ampio coacervo di norme, analisi e prodotti del pensiero e dello spirito, con lo scopo di eccepirle a proprio uso e consumo, in linea con la propria idea di società, del modello sociale desiderato, come strumento per perseguire il proprio fine che è, fondamentalmente, quello di perpretare se stessi, conservando posizione, privilegi e la visione di parte, costi quel che costi.
E' così che troveremo una moltitudine di atti contro il senso di umanità e di bene che possiamo anche definire, in una accezione, come capacità di comprendere l'esistenza del diritto di possedere e godere la condizione di essere umani che, sin dalla nascita, attribuisce la necessità della condizione di esistenza nella dimensione comune.
Quante volte il senso di umanità è stato e viene tranciato da comportamenti che non possono mai trovare la loro giustificazione in qualcosa che è sotto-ordinato, in quanto frutto dell'umano, mentre il senso di umanità e di esistenza è sovra-ordinato e in quanto tale inviolabile.
Questo avviene in tutti i luoghi in cui i conflitti, di ogni tipo, esplodono. Non bisogna andare troppo lontani per testare quanto siano violente soprattutto alcune organizzazioni sociali che si basano sulla difesa strenua di una norma, di un concetto astratto di corretto e di giusto, financo eccependo la condizione dell'oltre come giustificazione ai propri comportamenti.
E così la fame è diventato strumento di guerra, di afflizione, di imposizione della posizione di comando, di cooptazione, di "rieducazione" nel senso di riallineamento e di "inquadramento" anche di ciò che in natura non può mai quadrare, come l'amore, l'arte, la poesia, la narrazione, il pensiero critico che parte dalla sensibilità e dà voce alla coscienza dei popoli.
E lo è, strumento di guerra, anche nelle ex opulente società occidentali.
Troverete sempre una giustificazione da parte di chi impone atti di violazione del concetto di umanità e che ha difficoltà a guardare se stesso, eccependo la dimensione tecno-scientifica, curativa o afflittiva che sia, per giustificare il proprio operato.
Non tutti gli atti possono essere oggetto di una valutazione puramente economica, che ha una misurazione numeraria nella moneta che è il liquido del mondo che, oramai penso l'abbiate capito tutti, nella sua dimensione di volume si è staccata completamente dalla dimensione reale, diventando un gigantesco flusso autonomo che, guarda caso, nella casa in cui ha origine la sua nascita, non ospita e non trovano quasi mai ricovero i padroni, cioè i cittadini tutti di questo mondo.
COSE today, 12 febbraio 2026
Nella vita di tutti i giorni si compiono quasi sempre operazioni ripetitive ed ordinarie, nell'ambito dell'impegno che ciascun umano deve profondere nel vivere e, a volte, sopravvivere. In quell'ordinario si perdono gli atti che invece sarebbero non solo opportuni, ma necessari a ricordarci che l'evoluzione della tecnica, dello spirito e quindi della cultura, devono quantomeno andare di pari passo. Nel mare ghiacciato e freddo della dimenticanza non può naufragare l'umanità. E' se è vero che la storia ci ha insegnato che anche i Rè possono venire al freddo e al gelo, proprio per questo motivo l'insegnamento al bene, e il sacrificio per rendere il concetto immortale, non possono morire ogni giorno quando la condizione umana viene fatta scivolare nel fango, al freddo e al gelo.
E' l'unità di misura della qualità del progresso. Non utilizzate la fame come strumento di guerra, affrancate l'umano dalla fame, dal freddo e dal gelo, e così potremo sperare che non solo la terra, ma anche il cielo, saranno più morbidi ed accoglienti.
Guerra e Fame
Approfitto dell'occasione, la condivisione di uno dei miei ultimi lavori sul digitale, sia per esprimere una breve riflessione sul suo contenuto che ribadire il mio punto di vista sull'aspetto della spiritualità che non ha nulla a che vedere con le religioni, le cui organizzazioni oggi sono tornate a ricoprire un ruolo primario nelle società, anche quelle occidentali, come conseguenza dell'evoluzione degli eventi, delle crisi delle democrazie, nella conformazione dei tratti di pensiero dei gruppi dirigenti che hanno assunto la gestione del potere. Ne avevo già parlato nei miei scritti, oggi quello che ieri era in itinere è diventato preponderante, direi stringente.
Voglio ora parlare, brevemente, del lavoro digitale che vedete sopra, una via di esprimere il mio punto di vista, la mia posizione, il mio pensiero. Il mio dolore.
Pur nella chiarezza del riferimento geografico nonchè storico-contemporaneo, non voglio identificare il luogo, un chiaro scenario di distruzione, dove trova residenza la morte dell'anima e della materia. La fame e il suo utilizzo come strumento di guerra, la fame come conseguenza dei comportamenti umani, un prodotto dell'evoluzione (in senso temporale in avanti, involuzione come risultato) del vivere nel tempo presente.
I luoghi e le vite non solo corporali ma anche di comunità distrutte. La migrazione verso luoghi dove intanto tentare di preservare la vita. E in primo piano i bambini, con il loro smarrimento, con il loro volto disincantato e le pentole in mano, il simbolo della necessità e il senso dell'orrore. In alto la figura del Cristo ha il senso della concretizzazione del dolore, della corona di spine che spingendo provoca dolore.
E' il senso non di una presenza di ciò che è oltre, ma della condivisione dell' esperienza di estremo dolore che che ci fa riflettere su come le costruzioni dell'umano, quelle del pensiero, del concetto di spirito, ma anche le costruzioni sociali, fanno spesso emergere la parte buia dell'animo umano. Guardateli insieme, l'innocenza che risiede negli animi infanti e l'innocenza dell'uomo che predicava pace, amore e condivisione. Il suo guardare in alto non è un'invocazione al cielo, è invece la forza del dolore che prevale chiudendone gli occhi nel provare la disperazione che il male produce.
C'è però la forza della speranza che si concretizza nello spazio che ho voluto lasciare libero, quella di una via non occlusa in cui avrei potuto mettere, fornendo un elemento di riferimento, un cesto di pane e di pesci. Ho lasciato libero lo spazio in cui ciascuno può immaginare una propria via di integrazione, una soluzione, una strada aperta non ad una interpretazione, non ad un unico scenario, ma libera di accogliere anche in modo non concomitante, ma conseguente, le vie dell'abbandono del male.
Quello dei pani e dei pesci è in fin dei conti il simbolo di un intervento miracoloso che io interpreto diversamente, cioè come capacità della forza della parola in grado di riaffermare, giorno dopo giorno, momento dopo momento, la natura votata alla relazione della condizione umana, nella non prevalenza della forza, ma della forza a supporto dell'aiuto. Quei pani e pesci che furono narrati, possiamo pensarli come frutto della condivisione di ciò che era già nelle disponibilità degli umani che, nel contesto sociale e territoriale del tempo vissuto, recependo il messaggio di amore basato sull'aiuto fraterno, ha mosso le sensibilità, facendo in modo che ciò che ciascuno teneva protetto nel proprio granaio, diventasse bene a disposizione anche di chi non aveva.
In questo senso il miracolo non è nell'intervento di un qualcosa fuori dalla nostra dimensione umana, ma parte dalla dimensione umana facendo prevalere ciò che dentro di Noi è connesso con la nostra natura che ha origine nel cielo: la nostra intelligenza, il nostro cuore, che indissolubilmente legano terra e cielo, materialità e spirito.
Ecco perchè il senso della presenza silente del Cristo è quella non solo di ricordare il dolore, non solo di considerare la tragicità degli eventi che la razza umana può realizzare, ma soprattutto quella di contrapporre, ancora una volta, le due logiche che accompagnano e accompagneranno sempre l'umanità in lotta tra gli opposti: la logica della distruzione non solo materiale ma anche dello spirito, contro la logica della soluzione, della costruzione, del bene diffuso e condiviso.
Che parte dalla parola, quella in grado di mettere sempre al centro dell'attenzione le qualità intrinseche dell'umanità che dovrebbero sempre essere prevalenti rispetto alle costruzioni sociali in cui restano imbrigliate. Un messaggio universale, ben oltre il concetto di bene e di male che le società hanno confezionato nel tempo.
Una riflessione la mia che proseguirà, poichè tanto c'è nel senso del recupero della via aperta nelle origini degli eventi, troppo il dolore prodotto nel corso dei secoli che produce macerie che continuano ancora oggi a seppellire il senso di umanità che è proprio dell'umano.
Quella eco del dolore che promana da una croce che travalica i confini tra terra e cielo e ancor oggi è monito per gli umani a non violentare ciò che nell'umano ha origini nel divino.
La testimonianza dell'immensità del dolore che si può provocare, che il cielo non dimentica.
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nè semplice, nè difficile, semplicemente la via differente di vedere cose
prossimamente l'ennesima riflessione sul metodo e un pensiero al difficile pomeriggio di quell'uomo con la penna in mano, nel frattempo uno sguardo qui
Non sono mai stato, nè sono, nè mai sarò, un jukebox, che restituisce, a comando, la musica secondo i desiderata e, per di più, senza neanche mettere 100 lire.
Nella collocazione nel presepe della contemporaneità si percepisce il desiderio di ritorno al passato, ben oltre il benefico passaggio di testimone tra generazioni nella staffetta della cultura di territorio e che racchiude, invece, un celato ma persistente obiettivo di imporre visioni, principi, comportamenti, contenuti e obiettivi di vita.
Incide nel pratico limitando libertà e diritti, si abbina con i canti omologati in cambio dell'inclusione e della rinuncia all'afflizione.
Il mio sarà, per quanto solitario e inascoltato, sempre un canto libero.
Non escludo una mia pausa,
ma il mio non sarà mai un addio.

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